La riforma dei ricchi: il basket italiano cancella il merito sportivo

A2 professionistica, palazzetti obbligatoriamente più grandi, Serie B ridotta a campionato di sviluppo, promozioni subordinate alle wild card e titoli sportivi trasferibili. La chiamano riforma epocale, ma rischia di essere una gigantesca epurazione delle società meno ricche e dei territori più deboli.

 

Nel basket italiano sta per aprirsi l’ennesimo tavolo.

E quando le istituzioni sportive italiane aprono un tavolo, generalmente chi sta sotto farebbe bene a controllare che non gli stiano togliendo la sedia.

FIP, Legabasket Serie A e Lega Nazionale Pallacanestro hanno annunciato l’avvio di un confronto sulla possibile riforma dell’intero sistema. Le parole utilizzate sono quelle che il potere sportivo conosce a memoria: sviluppo del movimento, sostenibilità economico-finanziaria, valorizzazione dei giovani.

Una formula perfetta. Talmente perfetta da non significare ancora nulla.

Nel comunicato ufficiale del 23 luglio non vengono indicati format, criteri, risorse, costi, tempi precisi o rappresentanti delle diverse categorie. Si annuncia semplicemente l’apertura di un tavolo tecnico tra FIP, LBA e LNP. Tutto il resto, almeno formalmente, deve ancora essere scritto.

Eppure le prime indiscrezioni circolano già. E descrivono un progetto che, se confermato, non si limiterebbe a correggere i campionati: ne cambierebbe completamente la natura.

Non una riforma del basket italiano.

Una selezione preventiva di chi potrà continuare a farne parte.

 

Prima il conto corrente, poi la classifica

La Serie A resterebbe a sedici squadre, ma la capienza minima degli impianti salirebbe da 3.500 a 4.500 posti.

La Serie A2 tornerebbe professionistica, sarebbe composta da venti società e richiederebbe palazzetti da almeno 3.500 spettatori, contro i 2.000 attualmente indicati.

La Serie B Nazionale diventerebbe “Serie A Dilettanti”, verrebbe ridotta dalle attuali 36 partecipanti a un numero compreso fra 28 e 32 e dovrebbe trasformarsi in una competizione dedicata prevalentemente alla crescita dei giovani.

L’indiscrezione più pesante riguarda però promozioni e retrocessioni: la nuova categoria potrebbe diventare sostanzialmente chiusa, con l’accesso alla A2 subordinato a wild card, trasferimenti di sede e parametri economici o infrastrutturali. Una parte del tavolo vorrebbe conservare almeno una promozione conquistata sul campo.

Almeno una.

Siamo arrivati al punto in cui mantenere una promozione sportiva viene presentato quasi come una concessione romantica, un omaggio alla tradizione, un residuo del passato da tollerare.

Evidentemente qualcuno ha dimenticato che la promozione non è un accessorio del campionato.

È il campionato.

 

Vincere potrebbe non servire più

Una squadra si allena per mesi. Viaggia per migliaia di chilometri. Paga giocatori, allenatori, staff, medici, palazzetti e trasferte. Affronta stagione regolare, infortuni, crisi, playoff e partite decisive.

Poi vince.

Ma potrebbe non salire.

Perché il palazzetto non è abbastanza grande. Perché il territorio non è ritenuto sufficientemente appetibile. Perché il progetto economico non corrisponde ai parametri stabiliti. Perché un’altra società dispone di maggiori garanzie, di una città più interessante o di una wild card.

Se questo modello venisse approvato, il risultato del campo diventerebbe un parere consultivo.

La classifica direbbe chi ha vinto. Il tavolo stabilirebbe chi merita davvero di salire.

Non sarebbe più una competizione sportiva, ma un bando di ammissione disputato in pantaloncini e canotta.

Una Federazione seria deve impedire iscrizioni irresponsabili, controllare i pagamenti e verificare la solidità dei club. Ma un conto è imporre requisiti certi, proporzionati e conosciuti prima dell’inizio della stagione. Un altro è costruire un sistema nel quale la promozione non rappresenta più la naturale conseguenza della vittoria.

Il merito sportivo non può valere soltanto quando coincide con gli interessi economici del sistema.

 

Il palazzetto come nuova unità di misura del talento

Il requisito dei 3.500 o 4.500 posti viene presentato come simbolo di modernità.

Ma un palazzetto più grande non garantisce una società più sana.

Non produce automaticamente spettatori, sponsor, cultura sportiva o competenza dirigenziale. Non impedisce fallimenti, debiti e gestioni disastrose. Non trasforma una partita mediocre in un evento.

Esistono grandi impianti vuoti ed esistono piccoli palazzetti pieni di passione, identità e partecipazione.

Con questa riforma, però, il numero dei seggiolini rischia di contare più del numero delle vittorie.

E chi dovrebbe pagare l’adeguamento degli impianti?

Nella maggior parte dei casi i palazzetti appartengono ai Comuni. Significa che il futuro sportivo di una società potrebbe dipendere non dalla propria capacità organizzativa, ma dalla disponibilità economica di un’amministrazione locale.

Una squadra potrebbe essere puntuale nei pagamenti, competitiva, seguita e radicata sul territorio, ma non avere diritto alla categoria perché il Comune non possiede milioni di euro per ampliare una struttura.

Non sarebbe sostenibilità.

Sarebbe una discriminazione geografica mascherata da requisito tecnico.

E a pagare sarebbero soprattutto le città medio-piccole, le province e le realtà del Mezzogiorno, cioè quei territori nei quali gli impianti pubblici sono spesso più vecchi e le risorse amministrative più limitate.

Il nuovo basket italiano rischia così di essere costruito non per chi merita di vincere, ma per chi ha avuto la fortuna di nascere vicino al palazzetto giusto.

 

A2 professionistica: chi finanzierà il salto?

Il ritorno della Serie A2 al professionismo può sembrare una scelta prestigiosa.

Ma il professionismo non è una targhetta da applicare all’ingresso di una sede. Significa contratti, contributi, garanzie, strutture amministrative, controlli e costi significativamente superiori.

La domanda è semplice: chi pagherà?

Se alla trasformazione non verranno accompagnati ricavi televisivi adeguati, sponsorizzazioni centralizzate, contributi strutturali e una reale redistribuzione delle risorse, l’A2 professionistica diventerà un cappio economico.

Le società dovranno sostenere costi da professionismo continuando a operare in un mercato che, per ricavi e visibilità, professionistico non è.

Il presidente della LNP Francesco Maiorana ha dichiarato che il basket deve crescere nella direzione del business e che la partita ormai rappresenta soltanto una parte dell’evento sportivo. Ha inoltre definito la futura riforma “strutturale e culturale”, precisando che non potrà partire prima di due anni.

Il principio del business non è scandaloso. Lo sport di vertice ha bisogno di ricavi, organizzazione e capacità commerciale.

Ma il business senza mercato è soltanto un aumento delle spese.

Prima di chiedere alle società palazzetti più grandi, organici professionistici e organizzazioni più complesse, bisognerebbe spiegare da dove arriveranno i ricavi necessari.

Altrimenti la riforma non renderà i club più solidi.

Eliminerà semplicemente quelli che non potranno permettersela.

 

La Serie A Dilettanti trasformata nel vivaio degli altri

L’attuale Serie B Nazionale dovrebbe essere trasformata in una “Serie A Dilettanti”, con almeno cinque giocatori Under 23 a referto, due dei quali eleggibili per la Nazionale italiana.

L’idea sarebbe quella di creare una categoria di sviluppo ispirata al rapporto tra NBA e G League. Alla società vincitrice verrebbero assegnati il titolo di campione d’Italia dilettanti e un premio compreso, secondo le indiscrezioni, tra 400.000 e 500.000 euro.

Il paragone con la G League è suggestivo, ma profondamente ingannevole.

Le società di Serie B non sono filiali delle squadre di Serie A.

Sono club con una storia, una tifoseria, sponsor, dirigenti e obiettivi autonomi. Non investono denaro per diventare il centro di addestramento gratuito delle categorie superiori.

Vogliono competere. Vogliono vincere. Vogliono salire.

Obbligare una società a inserire cinque Under 23 a referto non significa valorizzare i giovani. Significa riempire cinque caselle.

Un ragazzo cresce se viene allenato bene, se dispone di strutture adeguate, se lavora individualmente e se gioca minuti veri. Non diventa migliore perché il regolamento impone di scriverne il nome nella distinta.

E perché l’onere della valorizzazione dovrebbe ricadere quasi interamente sulla Serie B?

Perché le categorie più ricche dovrebbero conservare maggiore libertà nella costruzione degli organici, mentre quelle meno ricche dovrebbero assumersi il compito di sviluppare i giocatori italiani?

Il sospetto è evidente: i club di vertice vogliono i giovani pronti, ma preferirebbero che fossero gli altri a formarli, rischiando risultati, investimenti e posti di lavoro.

Una sorta di vivaio nazionale pagato dalle società dilettantistiche.

 

Mezzo milione per coprire il silenzio

Il premio da 400.000 o 500.000 euro alla vincitrice è la parte più scintillante dell’indiscrezione.

Ma la sostenibilità di un campionato non può dipendere da un premio destinato a una sola squadra.

Che cosa riceveranno le altre 27 o 31 società?

Quanto costerà partecipare? Quali saranno i contributi? Chi sosterrà le trasferte? Quali ricavi verranno distribuiti? Quali incentivi saranno riconosciuti ai club che formano realmente i giovani? Quali garanzie esisteranno per chi investe e perde sul campo?

Un grande premio finale può servire a rendere appetibile il progetto. Non risolve però il problema strutturale delle società che dovranno sostenere l’intera stagione.

La sostenibilità non consiste nel consegnare mezzo milione al vincitore e lasciare tutti gli altri a cercare sponsor per sopravvivere.

 

Il titolo sportivo come merce trasferibile

Tra le ipotesi viene citato anche un modello ispirato alle franchigie nordamericane, con la possibilità di trasferire titoli e sedi nel rispetto di determinati parametri.

Il basket italiano, però, non è l’NBA.

Non ha gli stessi ricavi televisivi, gli stessi impianti, lo stesso mercato commerciale o la stessa struttura economica.

Soprattutto, il nostro sistema è fondato sull’identità territoriale.

Una squadra non è soltanto un titolo. È una città, una maglia, una storia, un pubblico e una comunità.

Se il titolo può essere spostato dove esistono più soldi, un impianto più grande o un mercato più appetibile, la città originaria diventa sacrificabile.

Il rischio è trasformare i club in licenze mobili e i tifosi in semplici clienti temporanei.

Prima si permette al titolo di viaggiare. Poi si racconta alla città abbandonata che bisogna accettare le regole del mercato.

 

Una riforma decisa dai vertici e pagata dalla base

FIP, LBA e LNP affermano di voler confrontare “visioni, esigenze e finalità delle singole parti”.

Ma quali parti?

Chi rappresenterà davvero le società di Serie B? Chi porterà le esigenze delle città medio-piccole? Chi ascolterà allenatori, giocatori, preparatori, settori giovanili e amministrazioni comunali? Chi difenderà le realtà con minore capacità economica ma con maggiore tradizione sportiva?

Verranno pubblicati i verbali degli incontri?

Saranno rese note le proposte?

Conosceremo le simulazioni economiche?

Sapremo chi propone l’eliminazione delle promozioni dirette e chi invece difende il merito sportivo?

Oppure assisteremo al solito rituale del potere federale: mesi di riunioni riservate, indiscrezioni fatte filtrare, decisioni già confezionate e comunicato finale nel quale tutti dichiareranno di aver agito “nell’interesse del movimento”?

Una riforma che pretende di essere epocale deve essere pubblica, trasparente e partecipata.

Altrimenti sarà soltanto epocale nelle conseguenze subite da chi non è stato invitato a deciderla.

 

Il basket italiano non ha bisogno di un club esclusivo

Il sistema ha certamente bisogno di essere corretto.

Servono controlli più severi, pagamenti verificati durante la stagione, responsabilità personali per chi produce debiti, budget realistici e criteri di ammissione chiari.

Ma non serve un campionato riservato ai proprietari più ricchi, alle città più grandi e ai palazzetti con più seggiolini.

Non serve una Serie B senza il diritto di sognare.

Non serve una A2 professionistica senza ricavi professionistici.

Non serve un sistema nel quale il titolo sportivo può viaggiare, il merito può essere superato da una wild card e una vittoria può essere annullata da una valutazione amministrativa.

La sostenibilità non può diventare la parola elegante utilizzata per giustificare l’espulsione dei più deboli.

La valorizzazione dei giovani non può essere scaricata sulle categorie inferiori.

La modernizzazione non può significare la cancellazione delle città che non dispongono di grandi impianti.

E il business non può divorare completamente lo sport.

Perché quando una squadra può vincere senza salire e un’altra può salire senza vincere, il campionato ha già perso la propria credibilità.

Chiamatela pure riforma epocale.

Ma, se queste indiscrezioni verranno confermate, il nome più corretto sarà un altro:

la grande epurazione del basket italiano.

Un sistema nel quale non sopravvivrà necessariamente chi lavora meglio.

Sopravvivrà chi possiede più denaro, più cemento e migliori relazioni nei luoghi in cui si decide.

Tutto il resto — partite, classifiche, promozioni e sogni — rischia di diventare soltanto scenografia.


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