Malagò, Petrucci e la confraternita delle poltrone: nello sport italiano cambiano gli incarichi, non cambiano i padroni

Nello sport italiano possono dimettersi tutti.

Può dimettersi un commissario tecnico. Può andarsene un direttore tecnico appena nominato. Può abbandonare un consigliere chiamato a ricostruire le macerie. Può saltare un progetto prima ancora di essere presentato.

Tutti possono uscire di scena.

Tranne il potere.

Il potere non perde una partita, perché non scende mai davvero in campo. Non viene eliminato, non retrocede, non fallisce una qualificazione. Quando le cose vanno male cambia linguaggio, sacrifica qualche pedina, sposta le responsabilità e si ricolloca in un’altra stanza.

I cognomi, invece, restano sempre gli stessi.

Giovanni Malagò e Gianni Petrucci non sono soltanto due dirigenti di straordinaria longevità. Sono le colonne portanti di una Repubblica autonoma delle poltrone, un sistema che si proclama democratico perché celebra le elezioni, ma nel quale l’alternanza sembra una malattia da prevenire.

Petrucci ha guidato il CONI dal 1999 al 2013, venendo eletto e riconfermato quattro volte. Nel gennaio 2013, appena tornato alla presidenza della Federazione Italiana Pallacanestro, lasciò il Comitato olimpico. Il 19 febbraio dello stesso anno gli succedette Malagò. Non un’irruzione dall’esterno, non una rivoluzione, ma un passaggio interno alla medesima aristocrazia sportiva.

Malagò ha poi governato il CONI per dodici anni. Terminata quella stagione, non si è ritirato, non ha osservato il sistema da lontano e soprattutto non ha lasciato spazio a una generazione nuova. Il 22 giugno 2026 è stato eletto presidente della FIGC con il 68,58% dei voti, battendo Giancarlo Abete, già presidente della stessa Federcalcio. Il presunto rinnovamento del calcio italiano è stato dunque affidato a una competizione tra due uomini che rappresentavano, ciascuno a modo proprio, la storia dell’apparato.

Questa non è alternanza.

È rotazione delle élite.

Cambiano gli stemmi dietro la scrivania, ma chi siede davanti alla scrivania appartiene sempre allo stesso mondo.

 

IL NUOVO CHE CONOSCIAMO DA TRENT’ANNI

Lo sport italiano ha sviluppato una singolare idea del cambiamento: per riformare una struttura in crisi si chiama qualcuno che quella struttura la frequenta, la governa o la condiziona da decenni.

Malagò è stato presentato alla FIGC come l’uomo della svolta. Ma una svolta guidata da chi ha occupato il centro del sistema sportivo nazionale per dodici anni assomiglia più a un giro completo su sé stessi.

La domanda non è se Malagò conosca il potere.

Lo conosce benissimo.

La domanda è se sappia fare qualcosa che non sia esercitarlo.

È questa la sua qualità più evidente e, contemporaneamente, il suo limite politico più grave. Malagò conosce presidenti, componenti, equilibri, sponsor, istituzioni, televisioni, ministeri e grandi eventi. Sa entrare nelle stanze, sa interpretarne i silenzi, sa capire dove si forma una maggioranza prima ancora che quella maggioranza venga annunciata.

È il professionista perfetto di un sistema che dice di voler cambiare.

Ed è precisamente questo il problema.

Non si può essere per decenni uno dei massimi interpreti dell’architettura sportiva italiana e poi presentarsi come un corpo estraneo mandato a demolirla. Non si può essere contemporaneamente il passato, il presente e la promessa del futuro.

O si è la cura o si è parte della diagnosi.

 

IL CASO PIRLO: LA RICOSTRUZIONE DURATA SEDICI GIORNI

La prima vera prova della nuova gestione FIGC non è stata semplicemente fallimentare.

È stata politicamente devastante.

L’11 luglio 2026 Malagò annunciava con soddisfazione Paolo Maldini come direttore tecnico della Federazione e presidente del Club Italia, affiancato da Leonardo nel ruolo di advisor. Dovevano rappresentare la competenza, l’autorevolezza e la credibilità calcistica finalmente riportate al centro della Nazionale.

Sedici giorni dopo erano già fuori.

Sedici giorni.

Non il tempo necessario per costruire una rivoluzione. Appena quello sufficiente per fotografare la fragilità del progetto.

Maldini e Leonardo avevano individuato in Andrea Pirlo il candidato alla panchina della Nazionale dopo il mancato arrivo di Pep Guardiola. L’operazione è però naufragata quando sono esplose le polemiche sui rapporti commerciali di Pirlo con la società russa di scommesse Fonbet. Pirlo ha quindi comunicato pubblicamente di avere appreso di non essere più candidato al ruolo di commissario tecnico. Subito dopo, Maldini e Leonardo hanno lasciato la FIGC.

Questa sequenza racconta molto più di un problema di comunicazione.

Racconta un vertice che nomina due figure di grande prestigio, affida loro una missione, lascia che lavorino su una candidatura e poi non riesce a proteggere, governare o concludere quella scelta.

Le alternative sono tutte pessime.

O la candidatura di Pirlo era stata valutata superficialmente, senza un’adeguata verifica preventiva delle possibili criticità.

Oppure era stata valutata, approvata e poi abbandonata quando la pressione politica e mediatica è diventata insostenibile.

Oppure Maldini e Leonardo erano stati chiamati per esibire competenza, ma non disponevano della reale autonomia necessaria per trasformarla in decisione.

In qualunque modo la si guardi, il risultato non cambia: un progetto annunciato come rifondazione è collassato prima ancora di scegliere l’allenatore.

La Nazionale non ha soltanto perso un possibile commissario tecnico.

Ha perso la faccia, la direzione e due dirigenti appena insediati.

 

MALDINI E LEONARDO: NON DIMISSIONI, MA UN ATTO D’ACCUSA

Le dimissioni di Maldini e Leonardo non possono essere archiviate come un normale incidente di percorso.

Quando due uomini scelti personalmente dal nuovo presidente lasciano dopo sedici giorni, il problema non è soltanto loro. È soprattutto di chi li ha nominati.

O erano le persone sbagliate, e allora Malagò ha sbagliato la prima decisione strategica della sua presidenza.

Oppure erano le persone giuste, e allora il sistema non ha consentito loro di lavorare.

Non esiste una terza spiegazione rassicurante.

Maldini e Leonardo dovevano mettere il calcio dentro la Federcalcio. La loro uscita suggerisce invece che, ancora una volta, la politica federale sia stata più forte della competenza tecnica.

Si scelgono nomi autorevoli, li si espone davanti alle telecamere, li si utilizza come certificato di credibilità. Poi, quando arriva il momento di decidere davvero, riemergono i veti, le compatibilità, le sensibilità esterne, le telefonate, le pressioni dichiarate e quelle negate.

Maldini e Leonardo non hanno lasciato soltanto due incarichi.

Hanno strappato il sipario.

Dietro non è apparso un progetto di rinascita. È apparso il solito labirinto nel quale nessuno sembra responsabile, ma qualcuno decide sempre.

 

MALAGÒ CONTRO ABODI: IL LINGUAGGIO DELLA CONFRATERNITA

Il ministro per lo Sport Andrea Abodi ha definito il caso Pirlo una “brutta figura” da recuperare. Malagò ha risposto: «Bisogna vedere chi l’ha fatta».

Non si è limitato a difendere la FIGC.

Ha allargato il campo, richiamando le brutte figure che, a suo giudizio, avrebbe vissuto anche il “mondo” di Abodi.

Ed è proprio quella parola — mondo — a tradire la concezione del potere.

Il mondo di Malagò. Il mondo di Abodi. Il mondo dei presidenti. Il mondo dei federali. Il mondo delle componenti.

Non cittadini, società, atleti, tecnici e tifosi.

Mondi.

Cerchie.

Ambienti che si conoscono, si misurano, si ricordano reciprocamente errori, favori, sconfitte e debolezze.

La replica di Malagò non chiarisce chi abbia deciso di fermare Pirlo. Non spiega quando siano emerse le criticità. Non chiarisce quale autonomia fosse stata riconosciuta a Maldini. Non racconta perché un progetto presentato come strategico sia durato poco più di due settimane.

Risponde invece con un’allusione.

Tu non puoi parlare delle nostre brutte figure, perché noi conosciamo le tue.

È un linguaggio che non appartiene alla trasparenza istituzionale. È il linguaggio cifrato delle consorterie di potere.

Definire questo sistema “quasi massonico” non significa sostenere l’esistenza di logge, rituali o appartenenze segrete. Sarebbe un’accusa priva di prove.

Significa descrivere una cultura politica fondata sulla protezione del perimetro, sulla conoscenza reciproca, sulla memoria dei rapporti e sulla convinzione che le questioni debbano essere risolte tra persone appartenenti allo stesso livello di potere.

Il cittadino vede il comunicato.

Il dirigente conosce la trattativa che lo ha preceduto.

Il tifoso legge il nome scelto.

Il sistema sa chi lo ha imposto, chi lo ha ostacolato e quale prezzo politico sia stato pagato.

 

PETRUCCI, OVVERO L’ETERNITÀ COME PROGRAMMA

Se Malagò rappresenta la capacità del potere di spostarsi, Petrucci rappresenta la sua capacità di durare.

Presidente della FIP dal 1992 al 1999, presidente del CONI dal 1999 al 2013 e nuovamente presidente della pallacanestro italiana dal 2013. Nel dicembre 2024 è stato riconfermato per il quadriennio 2025-2028 con il 70,83% delle preferenze.

Quasi una vita trascorsa ai vertici.

A ogni elezione viene riproposta la stessa giustificazione: l’esperienza.

Ma l’esperienza, quando non incontra mai un limite, cambia natura.

Diventa controllo.

Diventa dipendenza dell’istituzione dalla persona.

Diventa incapacità del movimento di generare un’alternativa credibile.

Una federazione sana dovrebbe produrre dirigenti, visioni e candidature. Dovrebbe poter ringraziare chi ha governato e prepararsi a essere governata da altri.

Quando invece lo stesso presidente attraversa epoche, generazioni di atleti, cambiamenti regolamentari, crisi tecniche e trasformazioni economiche continuando a occupare il vertice, la longevità smette di essere soltanto un merito individuale.

Diventa il fallimento collettivo del ricambio.

Petrucci viene eletto regolarmente. Nessuno lo nega.

Ma la democrazia non consiste soltanto nell’aprire un’urna.

Occorre domandarsi chi controlli le relazioni, chi disponga della rete territoriale, chi conosca personalmente gli elettori, chi distribuisca rappresentanza e chi possa presentarsi come alternativa senza rischiare l’isolamento politico.

In una struttura consolidata, lo sfidante non compete contro un presidente.

Compete contro l’intero ecosistema costruito intorno a lui.

 

I 43 PRESIDENTI E L’ISTINTO DI CONSERVAZIONE

Nel febbraio 2025 quarantatré presidenti federali inviarono al Governo una lettera per chiedere l’equiparazione delle norme elettorali del CONI a quelle delle federazioni, modifica che avrebbe potuto consentire a Malagò di concorrere per un quarto mandato.

La vicenda assunse contorni ancora più imbarazzanti quando emersero contestazioni e prese di distanza sulla reale adesione di alcuni firmatari. Il ministro Abodi chiuse politicamente la porta, osservando che il mondo sportivo era ben più ampio di quarantatré presidenti.

Quell’episodio non dimostra un complotto.

Dimostra qualcosa di persino più preoccupante: l’istinto automatico di conservazione della classe dirigente.

Presidenti che chiedono regole più favorevoli alla permanenza dei presidenti.

Vertici che difendono altri vertici.

Mandati che proteggono altri mandati.

Non è solidarietà sportiva.

È mutua assistenza politica.

Il sistema non ha bisogno di incontrarsi di notte. Può operare alla luce del sole, firmare lettere, diffondere comunicati e votare regolarmente.

La sua forza sta proprio nella normalità con cui presenta la propria sopravvivenza come un interesse generale.

 

L’AFFARISMO SENZA VALIGETTE

Parlare di affarismo non significa necessariamente evocare denaro illecito, tangenti o reati. Non esistono elementi per attribuire simili condotte ai protagonisti citati.

Esiste però un affarismo istituzionale.

È la concezione dello sport come mercato permanente di incarichi, relazioni, nomine, eventi, finanziamenti, sponsorizzazioni, autorizzazioni e influenza.

Una presidenza federale non gestisce soltanto palloni, calendari e squadre nazionali.

Gestisce potere.

Decide rappresentanze. Interlocuzioni. Risorse. Commissioni. Delegazioni. Rapporti con la politica. Accesso ai grandi eventi. Visibilità. Carriere.

Dentro questo sistema il consenso non nasce necessariamente dalla qualità di un progetto. Può essere costruito attraverso alleanze preventive, equilibri tra componenti e sostegni incrociati.

Prima si compone la maggioranza.

Poi si presenta il programma.

Infine si celebra il voto come prova dell’unità ritrovata.

È democrazia formale, certamente.

Ma è una democrazia nella quale il corpo elettorale è spesso parte integrante dell’apparato che dovrebbe giudicare.

 

PERCHÉ NESSUNO SI RIBELLA

Perché società, tecnici, dirigenti e comitati territoriali non spezzano questo meccanismo?

Perché ribellarsi costa.

Chi vive dentro una federazione ha bisogno della federazione. Ha bisogno di riconoscimenti, autorizzazioni, contributi, incarichi, calendari, designazioni e rapporti istituzionali.

Il dissenso può essere tollerato finché non diventa organizzazione.

La critica può essere ascoltata finché non diventa candidatura.

La richiesta di trasparenza può essere elogiata finché non pretende di conoscere davvero come vengono prese le decisioni.

Il sistema non obbliga necessariamente al silenzio.

Lo rende conveniente.

E quando il silenzio diventa conveniente, l’obbedienza non ha neppure bisogno di essere ordinata.

Chi potrebbe guidare il cambiamento deve ottenere i voti di coloro che perderebbero influenza con quel cambiamento. Chi vuole riformare il sistema deve chiedere il permesso al sistema. Chi vuole limitare il potere deve convincere chi del potere beneficia.

È un circuito perfetto.

L’apparato seleziona i propri oppositori, stabilisce le regole della sfida e infine certifica democraticamente la propria vittoria.

 

NON SERVE UN COMPLOTTO: BASTA IL SISTEMA

La parola “complotto” è spesso utilizzata per screditare qualunque critica profonda.

Non ci sono prove di una regia criminale occulta.

Ma il punto è un altro: un sistema così strutturato non ha bisogno di complottare.

Gli basta funzionare.

Gli basta che le candidature nascano nei colloqui riservati.

Gli basta che le maggioranze si formino prima delle assemblee.

Gli basta che le componenti difendano il proprio peso.

Gli basta che tutti conoscano il confine oltre il quale il dissenso diventa esclusione.

Le manovre appaiono oscure non perché siano necessariamente illegali, ma perché il pubblico ne conosce soltanto il risultato.

Vede Pirlo prima candidato e poi scaricato.

Vede Maldini e Leonardo prima nominati e poi dimissionari.

Sente il ministro parlare di brutta figura.

Ascolta il presidente federale rispondere indicando le brutte figure degli altri.

Ma non sa chi abbia preso la decisione definitiva, quando l’abbia presa e perché un’operazione tanto delicata sia arrivata a un passo dalla conclusione prima che venissero affrontate questioni prevedibili.

La trasparenza non consiste nel comunicare una decisione.

Consiste nello spiegare come ci si è arrivati.

 

LA RESPONSABILITÀ CHE NESSUNO VUOLE

Malagò ha ottenuto la guida della FIGC promettendo risposte ai problemi strutturali del calcio italiano.

La prima risposta è stata un cortocircuito.

Un direttore tecnico nominato e perduto in sedici giorni.

Un advisor nominato e perduto in sedici giorni.

Un candidato commissario tecnico esposto, discusso e infine abbandonato.

Uno scontro pubblico con il ministro dello Sport.

Una Federazione costretta a ricominciare da capo mentre la Nazionale attraversa uno dei momenti più drammatici della propria storia recente.

La responsabilità politica è del presidente.

Non perché abbia necessariamente deciso ogni singolo passaggio, ma perché un presidente viene eletto precisamente per governare i passaggi, prevenire le crisi e rispondere delle decisioni del proprio gruppo dirigente.

Il potere pretende sempre autonomia quando deve decidere.

Quando deve rispondere, improvvisamente scopre la collegialità.

 

IL REGNO DEGLI INSOSTITUIBILI

Petrucci e Malagò non sono gli unici responsabili dello stato dello sport italiano.

Sarebbe persino comodo attribuire tutto a due uomini.

Sono però i simboli più evidenti di un sistema che continua a invocare il futuro affidandosi agli uomini del passato.

Petrucci incarna la permanenza.

Malagò incarna la ricollocazione.

Uno occupa la stessa federazione per decenni.

L’altro attraversa le istituzioni senza mai uscire davvero dalla cabina di comando.

Entrambi prosperano in un ambiente nel quale l’esperienza viene trasformata in indispensabilità e l’indispensabilità in diritto alla permanenza.

Ma nessun dirigente dovrebbe diventare più importante dell’istituzione che rappresenta.

Nessuna federazione dovrebbe avere paura del giorno successivo alla fine di una presidenza.

Nessun movimento può definirsi vivo quando non riesce a immaginare un vertice diverso.

Il problema dello sport italiano non è che Malagò e Petrucci siano imbattibili.

Il problema è che, per troppo tempo, il sistema ha lavorato affinché ogni alternativa apparisse inesperta, marginale o pericolosa.

Così le crisi passano.

Le Nazionali perdono.

I progetti crollano.

I dirigenti tecnici si dimettono.

Gli allenatori vengono bruciati prima ancora della nomina.

I ministri accusano.

I presidenti replicano.

E alla fine, quando la polvere si posa, gli unici ancora in piedi sono sempre coloro che comandavano prima.

Perché nello sport italiano tutti possono essere sostituiti.

Tranne gli insostituibili.

E quando il potere convince un’intera organizzazione di non poter vivere senza di lui, non sta più governando lo sport.

Sta governando la paura del cambiamento.


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